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FP CGIL Cosenza

Piazza della Vittoria 7, 87100

tel 0984687125-29  fax 098476622

 

 

Al peggio non c’è mai fine?

 

È di questi giorni la denuncia delle gravi condizioni in cui versa l’unità operativa di Ortopedia dell’ospedale dell’Annunziata, che rischia la chiusura per mancanza di medici. QQQuei pochi in servizio sono costretti a uno sforzo enorme, per far fronte alla grande mole di lavoro che richiede un reparto di ospedale “hub”, quale dovrebbe essere quello di Cosenza. Che dire poi della unità operativa di Medicina d’urgenza, che con soli tre medici non riesce a garantire nemmeno il servizio diurno? O della Rianimazione, dove gli infermieri in turno sono al di sotto del numero necessario in un reparto così impegnativo? Mentre Urologia e Pediatria hanno organici ridotti all’osso, il Pronto soccorso continua a essere preso d’assalto da tutte le richieste, urgenti e non, provenienti dal territorio e da tutti gli ospedali periferici, che sono stati depotenziati, senza avere alle spalle strutture alternative e una rete d’emergenza di supporto.

L’ospedale di Cosenza è ormai una vera e propria  trincea, dove si cerca di lavorare “con giudizio” facendo a meno di tutto, visto che mancano generi di prima necessità come disinfettanti, garze, cotone, farmaci per abbassare la pressione e talvolta anche le provette per i prelievi; dove medici, infermieri e operatori socio-sanitari non possono svolgere in modo appropriato il loro compito, perché manca persino il personale per il trasferimento dei pazienti dal pronto soccorso ai servizi di diagnostica.

 

Ma al peggio non c’è mai fine!  In un momento in cui tutti gli operatori e i cittadini registrano che la sanità cosentina è come una barca traballante,  che affonda giorno dopo giorno, la politica regionale continua a perpetuare quella pratica clientelare che premia l’appartenenza agli  schieramenti politici. È solo rifacendoci alla “filosofia” di Cetto Laqualunque, che possiamo spiegarci perché vengono individuate nuove strutture complesse, che non sono previste nel documento di riordino della rete ospedaliera, allegato al piano di rientro, e rappresentano uno spreco di risorse. C’è persino chi, in questo contesto drammatico, chiede di aumentare gli incarichi di posizione organizzativa. Però non possiamo giustificare il declassamento di importanti unità operative (pensiamo a Malattie infettive, fiore all’occhiello di altri ospedali italiani), che sono state trasformate dall’oggi al domani in strutture semplici, sullo stesso piano di tante altre create ad hoc, per quanti si sono distinti con acquiescenza e studiati silenzi nei confronti del management aziendale.

 

La cronaca quotidiana riporta gli stadi dell’abisso in cui l’ospedale di Cosenza sta scivolando, ma registra anche le proposte fantasiose del politico di turno, che per ovviare alle carenze d’organico del pubblico, non sa dire altro che bisogna favorire la collaborazione col privato. Certo, secondo la solita ottica politica miope, è indubbiamente un ottimo metodo per alimentare clientele, favoritismi e accrescere la spesa pubblica. Con quello che si spenderebbe per una collaborazione fra pubblico e privato si supererebbe di gran lunga la spesa per l’assunzione di alcuni medici ortopedici, che servirebbero a raddrizzare le sorti di un reparto al quale, da tempo, non è stata rivolta l’attenzione necessaria.

A questo punto poco possono fare i medici ospedalieri che nei mesi scorsi, in massa e in maniera bipartisan, avevano rivolto un appello al Commissario Scopelliti e alla politica tutta, per il rilancio dell’Annunziata e la messa in sicurezza della struttura, al fine di soddisfare le richieste di cure dei cittadini. Purtroppo al di là di qualche dichiarazione di solidarietà di rito, anche questa  richiesta è rimasta inascoltata.

 

La CGIL continua a sostenere, a tutti i livelli, che occorre un rilancio della sanità pubblica. Il piano di rientro non può abbassare i livelli essenziali di assistenza, che sono un diritto di uguaglianza di tutti i cittadini. Non si possono disattivare posti letto per acuti, se prima non si è creata una rete d’emergenza, con servizi territoriali alternativi, come quelli previsti dallo stesso piano di rientro; se non sono stati potenziati gli ospedali centrali della rete regionale, quelli denominati “hub” (mozzo) proprio perché reggono la ruota. Il Governo centrale non può penalizzare le Regioni che hanno un alto debito sanitario e marcate condizioni di povertà della popolazione, al contrario di quanto ha concesso alle Regioni virtuose, che possono non licenziare i precari e sostituire chi va in pensione. Non si può pretendere il rientro dal debito in tre anni, senza una fase di investimento, magari guidata, per avviare un’inversione di tendenza. Se ne ricorderà il Commissario Scopelliti quando, tra qualche giorno, andrà a negoziare col Governo e le altre Regioni la ripartizione del Fondo sanitario?

 

Cosenza 7 febbraio 2011

 

Franca Sciolino, Segretaria Generale FP CGIL Cosenza

 

 

COMITATO DIRETTIVO FP CGIL COSENZA 4 FEBBRAIO 2011

Relazione della Segretaria Genarale Franca Sciolino

 

 

Un gruppo di donne ha indetto una manifestazione il 13 febbraio a Milano, con l’obiettivo di esprimere “il bisogno di un momento pubblico per dire che siamo un’altra cosa e questo paese può essere un’altra cosa. Berlusconi trasmette una rappresentazione devastata e devastante dei rapporti tra uomini e donne, un esempio pessimo soprattutto per i giovani (sono parole di una delle promotrici, Assunta Sarlo, giornalista del “manifesto”). Sono parole che condividiamo, come hanno dimostrato anche le nostre segretarie Susanna Camusso e Rossana Dettori, che hanno aderito all’iniziativa e lanciato l’invito a partecipare. Il coordinamento donne CGIL della Camera del Lavoro di Cosenza si impegnerà ad organizzare una manifestazione locale, collegandosi alla rete delle associazioni.

 

Crisi economica

Mentre tutto il mondo guarda attonito allo scempio delle nostre istituzioni, il paese è fermo e la strategia messa in campo dal nostro governo è insufficiente a superare la crisi, come ha dichiarato la stessa presidente di Confindustria, la quale fino a poco tempo fa sosteneva le politiche di questo governo. Il 2011  - si legge sempre in un rapporto del centro studi di Confindustria - sarà peggio del previsto, l'economia crescerà poco, la disoccupazione si attesterà intorno al 9% e forse solo dal 2015 si potrà davvero parlare di ritorno ai livelli pre-crisi.

Nell’ultimo forum di Davos, che riunisce i maggiori  economisti e statisti del mondo, una delle tavole rotonde era dedicata al nostro paese, definito “un caso speciale”. La fotografia politica ed economica del nostro paese è stata impietosa. Malgrado la nostra storia, il nostro patrimonio culturale, la forza di alcuni settori della nostra economia, il paese ha difficoltà di governabilità, un'influenza molto piccola sulla scena globale e le prospettive economiche e sociali appaiono negative. Siamo il paese più direttamente in competizione con la Cina, per la tipologia dei prodotti. Da dieci anni cresciamo meno della media europea.

Oggi, sempre più spesso dietro una apparente normalità si nascondono situazioni di profondo disagio. Una casa in affitto, un lavoro modesto, la spesa nei mercati rionali e tanti sacrifici per arrivare a fine mese, è questa la condizione di una rilevante quota di famiglie a elevato rischio di impoverimento. Queste alcune delle indicazioni che emergono dal Rapporto Italia 2011, Eurispes. Secondo quanto emerge dallo stesso rapporto sulla situazione economica del paese, la forza della crisi ha fatto aumentare il numero di famiglie che non riescono a far fronte sia alle spese quotidiane sia agli impegni contratti – per necessità e non per spese voluttuarie – con le società finanziarie o con gli istituti di credito, ricorrendo così ad ulteriori indebitamenti. E le previsioni non sono rassicuranti se si pensa che il nuovo anno è iniziato all’insegna dei rincari: acqua, luce, gas, benzina, assicurazioni auto, autostrade, servizi bancari, prodotti alimentari.

Il nostro paese è dunque lungi da uscire dalla crisi in cui versa. Non si tratta più di congiuntura economica, o di rallentamento globale dell’economia. L’Italia non cresce perché il governo non è riuscito a mettere in campo politiche adeguate per rimettere in sesto i conti del paese e, insieme, facendo ripartire l’economia. Le risorse pubbliche destinate alla scuola, all’università e alla ricerca sono le più basse d’Europa e non promuovono opportunità professionali. La riforma Gelmini è un provvedimento inadeguato alla soluzione di questi problemi e aumenta la precarietà.  Il piano per il sud è stato solo varato, ma i punti annunciati e sbandierati non sono in realtà una proposta seria di programmazione e di investimenti per il rilancio del mezzogiorno. Il paese sta sprofondando. Siamo in una situazione di incertezza non solo economica ma politica, con il governo che ha avuto la fiducia ma che  stenta a trovare la maggioranza per fare le sue riforme. Il vero freno del paese è il governo stesso, che si prende anche il lusso di aggredire ogni giorno la magistratura e la stampa libera, attentare alla costituzione, mettere in difficoltà la tenuta della democrazia.

 

Fiat Mirafiori

Quello che succedeva a Pomigliano l’estate scorsa sembrava un episodio legato allo stato di necessità, in realtà era l’inizio dello smantellamento dei diritti dei lavoratori e delle relazioni industriali, a vantaggio di un profitto basato sullo sfruttamento; era un progetto che è giunto a compimento negli ultimi mesi a Torino.

Il contratto sancito dal referendum prevede alcuni impegni, tutti a carico dei lavoratori:

Incremento della velocità di esecuzione della prestazione lavorativa (e qui ci sembra di vedere il sorriso amaro di Charlie Chaplin).

Diminuzione delle pause alla catena di montaggio da 40 a 30 minuti.

Deroghe sul tetto massimo di straordinario.

Introduzione massiccia del turno di notte, con 18 turni settimanali.

Abolizione delle rappresentanze elettive e nomina fiduciaria dei delegati sindacali.

Cancellazione del contratto nazionale ed esclusione delle OO.SS. non firmatarie del contratto aziendale.

Il contratto Fiat Mirafiori è la naturale conseguenza dell’accordo “separato” del 2009, e si colloca fuori dal sistema di relazioni industriali previsto dall’Accordo Interconfederale del 1993. Infatti questo contratto non è sottoscritto da un’associazione di rappresentanza delle imprese dell’auto, a seguito dell’uscita della Fiat da Confindustria. Questo permette di non applicare il contratto nazionale dei metalmeccanici, ed anche di non essere assoggettati al sistema di rappresentanza sindacale previsto dal protocollo del 1993 sulle RSU. Il salto di qualità della vicenda contrattuale consumatasi a dicembre 2010, rispetto a quella di Pomigliano, sta dunque nella volontà di impedire che Fiom-Cgil possa continuare ad avere la propria rappresentanza nelle aziende Fiat.

L’accordo ha sancito una nuova rottura del sindacato confederale: da una parte la Cgil, che lotta per difendere e tutelare i diritti dei lavoratori, e dall’altra Cisl e Uil, sempre più appiattite sulla volontà dei padroni e del governo. Siamo stanchi di sentirci dire che siamo il sindacato del “no”, il sindacato politicizzato che mette in campo sterili rivendicazioni. I nostri “no” sono frutto di cento anni di attività e di lotta a favore dei lavoratori.  Non ci piegheremo mai agli interessi di quella parte del paese che delegittima quotidianamente la dignità dei lavoratori e svende il lavoro. Ma la ricerca dell’unità sindacale è un progetto che non possiamo permetterci di abbandonare. Lo sciopero generale bisognerà costruirlo perché produca risultati concreti, i lavoratori sono stanchi di protestare senza incassare nulla. Né possiamo permettere che la frattura con Cisl e Uil si allarghi, nell’interesse dei lavoratori che non avrebbero vantaggi da un fronte sindacale in totale conflitto. Sarebbe un gesto di grave incoerenza, proprio ora li abbiamo sfidati a dire la loro su una proposta di riforma della rappresentanza, che vuole coinvolgere i lavoratori a trattativa aperta ed evitare che ogni divergenza si trasformi in una rottura tra le confederazioni. Un isolamento della CGIL non porta a risultati per il paese e per il mondo del lavoro.

 

Nuove regole del lavoro

Non è andata meglio nel settore pubblico, come ben sappiamo. Con il famoso decreto Brunetta del 2009 e la manovra economica di luglio 2010, si è assistito all’attacco più violento degli ultimi trent’anni ai danni del pubblico impiego.

La gravità del momento che stiamo attraversando necessita di una proposta innovativa sui contratti e la contrattazione. Anche su questo il nostro Direttivo di oggi è chiamato ad esprimersi, discutendo sulle proposte del livello nazionale, contenute il documento diffuso in questi giorni, che io dichiaro di condividere.

Dobbiamo rafforzare il valore del contratto nazionale di lavoro, come unico strumento di coesione sociale, e ostacolare la riforma Brunetta, che in questi anni ha prodotto solo peggioramenti nella pubblica amministrazione, disattendendo i bisogni dei cittadini. Il blocco della contrattazione nazionale e aziendale è la strategia messa in campo per dimostrare che la pubblica amministrazione è fallimentare e deve cedere il passo alle prospettive di privatizzazione.

Dobbiamo rimettere al centro il cittadino e i suoi bisogni, in un sistema di relazioni tra istituzioni e rappresentanza. È giusto dunque ripartire dal contratto collettivo, come strumento non solo salariale ma migliorativo della qualità della vita dei cittadini, e per questo motivo degno di risorse e investimenti. Di conseguenza, i contratti devono essere stipulati prevalentemente a tempo indeterminato, garantendo la stabilizzazione dei precari, quando i bisogni dei cittadini e le funzioni ad essi legate diventano permanenti.

I contratti devono inoltre prevedere, come era stato definito nel Memorandum del …, la partecipazione dei cittadini per rilevare la qualità delle “prestazioni”. In questa ottica la contrattazione aziendale si può meglio collegare alla contrattazione sociale territoriale. Bisogna invece separare nettamente il ruolo e le responsabilità della politica da quelli della gestione.

Dobbiamo esigere che la legge sulla rappresentanza sia estesa anche a tutti i lavoratori privati e che si dia ai compagni eletti nelle RSU una opportunità formativa, per valorizzare al massimo il loro ruolo.

Numerosi sono stati i ricorsi presentati dalle organizzazioni sindacali contro la illegittima applicazione della riforma Brunetta. Ora il governo ha presentato un decreto interpretativo, per vanificare il contenzioso in atto e neutralizzare le sentenze della magistratura. Mentre prosegue l’iter previsto per la sua pubblicazione, i lavoratori cominciano a chiedersi se è coerente un sistema che privatizza il lavoro pubblico e poi consente queste incursioni legislative nella contrattazione.

In realtà la filosofia brunettiana, ancora prima della entrata in vigore delle sue norme applicative, ha iniziato a permeare gli atti e gli atteggiamenti delle pubbliche amministrazioni, pure sul nostro territorio. Sono tanti i casi a cui abbiamo dovuto fare fronte: il Comune di Cosenza, che ha tagliato i fondi del personale in modo unilaterale; la Camera di Commercio, che continua ad adottare provvedimenti unilaterali sull’organizzazione del lavoro.

Ma l’ultimo colpo che si è abbattuto su tutti i lavoratori, pubblici e privati, qualunque sia il loro tipo di rapporto, è il cosiddetto “collegato lavoro” (legge 183 del novembre 2010).

Citiamo come esempio solo alcuni dei principi che vengono introdotti. La certificazione del contratto di lavoro è la sottoscrizione “volontaria” della validità del contratto che il singolo lavoratore stipula con l’azienda, anche in deroga a norme di legge o di contratti collettivi, limitando così la possibilità di aprire vertenze ed impugnare lo stesso contratto. Il tentativo di conciliazione  non è più obbligatorio ma facoltativo, prima di ricorrere al giudice, il quale invece è obbligato a proporre una “soluzione transattiva”, per dissuadere il lavoratore dal proseguire il processo. Una clausola preventiva impegna il dipendente a rivolgersi all’arbitrato privato piuttosto che al giudice del lavoro, in caso di controversie. Il termine per impugnare un licenziamento è di 60 giorni, che spesso è il periodo di attesa di un lavoratore atipico che spera di essere richiamato dall’impresa.

Dal 1° gennaio, infatti, su migliaia di lavoratori atipici aleggia lo spettro del licenziamento, eppure tutti sappiamo quanto sia essenziale la loro presenza negli uffici e nei servizi pubblici, tanto più dopo il blocco del turn-over dovuto alla manovra economica. Con la mobilitazione sindacale alcuni passi avanti sono stati fatti, attraverso accordi di stabilizzazione nella sanità pubblica in Lazio e Campania, e con il decreto mille-proroghe, che ha prolungato il tempo determinato dei lavoratori del Ministero dell’Interno impiegati negli uffici immigrazione di varie Questure e Preture.

 

Welfare

Assistiamo a provvedimenti che mettono in luce la schizofrenia del Governo: da un lato si riempie il Piano Sanitario Nazionale di buoni propositi sullo sviluppo del servizio sanitario, mentre dall’altro lato lo si priva di 1 miliardo  con il Decreto Milleproroghe; si parla di “presa in carico del cittadino” e di integrazione socio-sanitaria, mentre si studiano “super ticket” di 10 euro a ricetta e si lascia a zero il fondo per la non-autosufficienza. Come se non bastasse l’accordo Stato-Regioni sul federalismo fiscale, nel rimettere in discussione il blocco del turn-over e il taglio del 50 % della spesa per i precari in sanità, ha potuto salvare solo le Regioni virtuose, condannando quelle soggette ai piani di rientro a un rompicapo tragico: come licenziare la metà dei 40.000 precari, molti dei quali medici e operatori in servizi di emergenza, senza abbassare i livelli essenziali di assistenza?

Qualunque sia la soluzione (magari esternalizzare il Pronto Soccorso, come si vorrebbe sperimentare da qualche parte), si dovrà scaricare sui cittadini il peso fiscale, col rischio di creare nuovo precariato e di abbassare ulteriormente la qualità dell’assistenza sanitaria. Questo scenario impone una doppia responsabilità alle Regioni meridionali, che sono le più colpite, richiamandole a eliminare sprechi e inefficienze, ma il governo centrale non può venire meno al suo compito, che è quello di stabilire e distribuire le risorse per garantire l’uniformità e l’equità. Nei prossimi giorni si terrà il vertice sul riparto del Fondo sanitario dei presidenti delle Regioni, i quali sembrano intenzionati a battere cassa con il governo, compreso il nostro presidente Scopelliti, che dice di non essere disposto ad accettare supinamente il taglio di 41 milioni alla Calabria. Ci auguriamo che ci riesca, facendo inserire tra i criteri di pesatura della quota per cittadino, oltre alla percentuale di popolazione anziana, anche l’indice di deprivazione, che tiene conto di diversi indicatori di povertà della popolazione.

Ma anche lui finora non ha dato segni di grande coerenza. Lo sanno bene quei cittadini che, dopo file estenuanti in locali inospitali, si sono visti negare il diritto all’esenzione dal ticket, per sé e per i propri familiari, anche quelli che ne godevano fino al  1° gennaio.  Il decreto commissariale n. 19 dello scorso anno ha escluso dall’esenzione molte più persone di prima, anche se si cerca di dire che le categorie sono aumentate, la realtà è che pagano il ticket le famiglie di tutti lavoratori con basso reddito e anche quelle di molti pensionati. Intanto si progettano proroghe benevole in favore della Fondazione Campanella, dopo avere dichiarato il contrario; aumentano le spese per consulenze nella pubblica amministrazione (vedi ultimo BUR Calabria) e si allarga la platea dei posti letto accreditati nelle strutture private, che sono stati previsti nel fabbisogno assistenziale (ma su questo diremo meglio più avanti).

In questi giorni abbiamo assistito ad un battibecco sui nuovi accreditamenti nella sanità privata. L’opposizione ha gridato che, mentre si riducono i posti letto e si riconvertono gli ospedali, ci sono 50 nuove strutture accreditate, forse di nuovi amici che hanno fatto fuori i vecchi compari. Il commissario regionale ha risposto che non ha interessi nel settore, che quelle strutture erano già accreditate provvisoriamente, dai tempi della precedente giunta. La verità è che il privato ha sempre goduto e continua a godere di un trattamento di riguardo da parte di tutte le maggioranze che si sono susseguite alla guida della Regione Calabria.

Lo spiegava molto bene Giacomo Panizza, un sacerdote veneto che vive e lavora a Lamezia e che forse molti hanno visto in televisione, intervistato da Saviano per il suo impegno con i disabili e contro la criminalità organizzata locale. Panizza è intervenuto sulla stampa locale in ricordo di Franco, un suo giovane assistito affetto da distrofia muscolare, che “rifiutava di venire escluso, si sentiva normale e di valere” ma che “non ce l’ha fatta” per l’aggravarsi del quadro psicosomatico. Franco ha ceduto di fronte alle difficoltà burocratiche che volevano vederlo ricoverato a tutti i costi in una di quelle strutture private accreditate, invece di essere aiutato a vivere in autonomia. Il nostro ceto politico non riesce a capire che il ricovero no sempre è la forma migliore di assistenza e di cura, mentre è sempre la più costosa.

Chiediamo che anche la FP CGIL Calabria dia il proprio contributo al dibattito sul rilancio della riforma sanitaria, partecipando ai gruppi di lavoro nazionali che si stanno riunendo sui temi della salute mentale, della non auto-sufficienza, delle tossico-dipendenze, della salute delle donne, della prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro. In questi settori il nostro sindacato porta avanti una vera e propria controffensiva – come è stato ricordato all’assemblea di Chianciano delle camere del lavoro – per arginare i tentativi del governo di riportare indietro l’Italia con delle proposte di legge, che sono delle vere e proprie contro-riforme. Si vuole vanificare, anziché migliorare i servizi realizzati in questi decenni e, contemporaneamente, indebolire il servizio pubblico per fare più strada al privato.

Il nostro sindacato non si tira indietro quando si devono salvaguardare dei posti di lavoro o si devono tutelare i diritti e la dignità dei lavoratori, anche nelle strutture private (e lo stiamo dimostrando ogni giorno). In Calabria non si riesce ad avere relazioni sindacali decenti con le strutture sanitarie private, che quasi mai  pagano puntualmente i lavoratori, che cominciano a parlare di esuberi di personale, ma non sono disposti a discutere di carichi di lavoro o di standard organizzativi.

La difesa e il rilancio del servizio sanitario pubblico, per cui abbiamo manifestato lo scorso 6 novembre, devono  tornare ad essere per noi un impegno militante, verso tutti i livelli decisionali. Anche la Chiesa locale dice che “per appianare i debiti si rischia di penalizzare i malati”. Il governo non può imporre piani di rientro che pretendono di ridurre il deficit con operazioni puramente contabili, proprio in quelle Regioni più svantaggiate che avrebbero bisogno di investimenti per recuperare il gap organizzativo, magari con l’ affiancamento di esperti che analizzino le situazioni locali non solo sulla carta.  I commissari regionali non possono attuare la riduzioni dei posti letto per acuti, senza avere progettato e realizzato prima un nuovo sistema di emergenza ed una nuova rete ospedaliera.

Al di là degli slogan, questo significa avere un sistema a ruota, con dei grandi ospedali al centro, ai quali si collegano quelli di media grandezza o anche piccola, ma in una scala che giustifichi il mantenimento di tutti i servizi. Sui punti nascita non si può derogare alla sicurezza del nascituro e della madre, che devono disporre di una terapia intensiva neo-natale o esservi collegati funzionalmente e logisticamente.

Ma di questo scenario non si intravvede ancora nulla. Gli allarmi sulle disfunzioni e le carenze drammatiche dei grandi ospedali, come l’Annunziata, sono nelle cronache di tutti i giorni. Rischiano di chiudere reparti di grande impatto, come Ortopedia, Pronto soccorso, Ematologia, Urologia. È facilmente prevedibile che nei prossimi anni si registrerà un notevole aumento della mobilità sanitaria verso le altre regioni e che gli unici veri risparmi saranno dovuti ai pensionamenti del personale. Non è certamente con ipotesi fantasiose di collaborazione pubblico-privato, come quella avanzata da esponenti della maggioranza di governo, che si può affrontare questa problematica. L’unica strada, lo ripetiamo, è quella di rivedere il divieto di nuove assunzioni e stabilizzare i precari.

 

Federalismo

Di fronte alla crisi sempre più forte del nostro Paese, sembra inverosimile che il tono dello scontro sia ai massimi livelli sul tema del federalismo, sbandierato, oltretutto, come se fosse una bacchetta magica in grado di risolvere tutti i problemi. Sotto una legge che propone mediaticamente di dare più autonomia e più responsabilità alle regioni si celano norme che di fatto determineranno un minor afflusso di risorse economiche al sud, Calabria compresa. Un federalismo spinto come quello contenuto nelle norme in questione, produrrebbe differenze territoriali ancora maggiori ed una ingiusta differenza nel godimento dei diritti di cittadinanza (servizi, salute, ecc.)

La Provincia, i parlamentari calabresi e i sindaci si stanno mobilitando  per gli effetti che tale manovra avrà sui bilanci degli enti locali: si parla infatti per la Provincia di tagli per oltre 11 milioni di euro nel 2011 e di 19 milioni di euro per il 2012, e quindi tagli conseguenti ai bilanci dei comuni  che, come sappiano, già non hanno risorse sufficienti per coprire i costi dei servizi. Il comune di Cosenza, ad esempio, avrà 4 milioni di euro in meno e si sa che  i comuni più piccoli, che hanno minori risorse, vivranno con maggior drammaticità questi tagli.

Se, nonostante le schermaglie di ieri, il federalismo fiscale passasse così come era previsto, ci sarebbero conseguenze veramente drammatiche sull’economia e sullo sviluppo  della nostra regione. Stiamo parlando infatti di  18 euro in meno che verranno trasferiti per ogni persona nella nostra provincia, contro una media di 2 euro pro capite di tagli alle regioni del nord. E’ chiaro che questo significa allargare il divario tra nord e sud, in nome di una battaglia politica che va oltre le ragioni degli Italiani e dell’Unità del Paese.

Ci sono forze politiche come la Lega, che stanno utilizzando il federalismo come un banco di prova della loro forza e come diktat alternativo per evitare elezioni anticipate. Il lato più drammatico di questa situazione è che manca nel modo più assoluto una consapevolezza dei gravi effetti del federalismo, anche da parte di chi oggi lo sostiene. Importanti servizi rischiano di essere totalmente smantellati, l’assistenza socio-sanitaria per anziani e non autosufficienti, già sotto-dimensionata, verrà ulteriormente tagliata, perché è un bisogno più recente che non ha ancora trovato una allocazione definitiva nelle voci di bilancio.

Le regioni come la nostra, già impegnate con i piani di rientro, dovendo rispettare anche i costi standard delle regioni “virtuose”, avranno grandi problemi nell’erogazione dei servizi essenziali di assistenza. La sanità, i servizi sociali, la scuola, nelle regioni del sud hanno già costi più alti e se si  prendono a riferimento i costi dei servizi al livello più basso, si favoriscono le regioni che hanno standard elevati sia quantitativi che qualitativi. Le regioni del Mezzogiorno dovranno o aumentare le tasse, oppure tagliare sul personale e ridurre la qualità delle prestazioni. E’ evidente che è in gioco la tenuta unitaria dei diritti per tutti.

Ma le ricadute saranno gravi anche sul mondo del lavoro pubblico, già provato dai mancati stanziamenti per i rinnovi contrattuali, che offrirà servizi sempre più carenti di personale, per una serie di motivi convergenti: i  vincoli già esistenti alle nuove assunzioni; l’ulteriore ridimensionamento legato a questi nuovi tagli al finanziamento dei servizi; l’esodo, se non la fuga verso il pensionamento.

 

Vorrei chiudere il mio intervento con un appello a Cisl e Uil. Riprendiamo insieme la strada verso i diritti e la democrazia, che in questa stagione sono messi sempre più in discussione da una politica che va verso gli interessi personali del presidente del consiglio e dei suoi soci. Ritroviamo l’unità per la conquista del bene comune, per realizzare un welfare sempre più pubblico, a garanzia di tutti e non solo di una parte.

 

COMITATO DIRETTIVO FP CGIL COSENZA 19 NOVEMBRE 2009

DICHIARAZIONI PROGRAMMATICHE DI FRANCA SCIOLINO

 Scarica le dichiarazioni in word

Quando ho messo piede in questa Camera del lavoro avevo un entusiasmo che negli anni non si è mai spento, ma che oggi rivive più forte, per la fiducia che un numero sempre crescente di compagni e compagne ha voluto darmi. Ringrazio tutti per questo forte incoraggiamento, in particolare Sergio Genco e Franca Peroni che hanno avanzato la mia candidatura a Segretaria generale di questa categoria a Cosenza. Quando si candida una donna per un incarico importante non si rispettano solo le delibere delle conferenze di organizzazione, ma si fa fare un passo avanti alla democrazia, perché non c’è democrazia in un paese dove gli uomini e le donne non abbiano pari dignità e opportunità.

Circa otto anni fa i dirigenti di questa Funzione Pubblica mi chiesero di collaborare al comparto delle funzioni centrali, dopo un’esperienza di delegata nella Prefettura di Cosenza, dove la CGIL era assente. In pochi anni diventammo il primo sindacato e arrivammo a organizzare uno sciopero, forse uno dei primi realizzato in una prefettura.

In questi anni ho avuto l’opportunità di fare parte di una segreteria compatta, ma soprattutto formata da compagni e compagne che hanno messo sempre al primo posto il bene dell’organizzazione e l’interesse dei lavoratori. Voglio ringraziare tutti loro, e in particolare Franco Bozzo, che ha condiviso con noi ogni scelta fatta e che ha sempre dato esempio di coraggio, di saggezza, di coerenza e di lealtà. Insieme a lui questa categoria è cresciuta nella coscienza sindacale, ma anche nei numeri, come dimostrano i dati sul tesseramento e il successo alle elezioni delle RSU.

Se mi eleggerete, non sarà facile prendere il suo posto. Fare squadra, come abbiamo fatto in questi anni, sarà la mia idea guida nel modo di lavorare in Funzione Pubblica; e vorrei farlo non solo con i compagni della segreteria, ma anche con tutti quelli che si vorranno spendere per questa nostra organizzazione.

Vorrei fare rivivere i coordinamenti di comparto, ma anche di alcune specificità (penso naturalmente alle donne). Sarà importante continuare a sviluppare temi di approfondimento e valorizzare la formazione dei dirigenti sindacali, ma vorrei trasmettere a tutti la mia esigenza di fare sindacato stando più a contatto con i problemi dei lavoratori, portando a casa risultati per loro e le loro famiglie.

Vorrei avere la guida di un direttivo formato da persone disposte a impegnarsi nel confronto dialettico, ma anche nei luoghi di lavoro e in occasione delle manifestazioni pubbliche e delle scadenze dettate dall’organizzazione. Penso che il sindacato in questo momento abbia bisogno di nuove energie, che non sappiano solo produrre analisi ma soprattutto risultati concreti sul campo.

Vorrei rilanciare la nostra presenza nei territori in sintonia con le camere del lavoro, perché nessun lavoratore del comune più lontano da Cosenza possa sentirsi mai senza tutela. Saranno importanti momenti di riflessione comune con altre categorie e con la confederazione, su grandi temi come le politiche per la salute e l’integrazione socio-sanitaria, l’ambiente e il sistema urbano, purché a questi momenti facciamo seguire concrete piattaforme rivendicative che individuino precise controparti territoriali.

 

Crisi economica

 

Lo scenario in cui ci muoviamo è quello di una crisi economica nazionale e planetaria. 380 mila è il numero delle persone che solo negli ultimi tre mesi hanno perso il posto di lavoro in Italia. E’ come se metà della popolazione della provincia di Cosenza non avesse più busta paga. E continua ad aumentare, mese dopo mese, il numero dei lavoratori che non ce l’hanno fatta a superare questa maledetta crisi, che ancora qualcuno si ostina a non vedere o a non voler vedere. La CGIL ne ha da tempo individuato le cause, essenzialmente legate al lungo e progressivo trasferimento di redditi dai salari ai profitti, con la crescita conseguente delle disuguaglianze sociali. Secondo le rilevazioni ISTAT, sempre più impietose, sarebbero 11 milioni gli italiani che vivono sotto la soglia della povertà.

Intanto il governo italiano, a differenza di altri governi occidentali, anziché tutelare il lavoro, l’occupazione e sostenere politiche di welfare, che fa? Il condono fiscale e il condono edilizio! Misure e norme fruibili solo da una minoranza del paese. E per il resto della popolazione? Elemosine: il taglio dell’ICI sulla prima casa, la social card che è “accessibile solo ai novantenni accompagnati dai genitori”, come qualche compagno ha giustamente ironizzato.

Sono mesi che si discute degli incentivi da dare alle imprese ma niente si dice di cosa si farà per le famiglie, i precari e i disoccupati. In un anno e mezzo il governo ha messo in campo politiche di tagli e contenimento che hanno toccato solo ed esclusivamente il pubblico: prima la riforma Gelmini nella scuola e ora la riforma Brunetta per il pubblico impiego (di cui vorrei dire meglio più avanti).

E’ passato un anno dall’inizio ufficiale della crisi (con lo scoppio della bolla speculativa dei mutui in America) e ancora non si sa che cosa ci riserva il futuro: quando arriverà la fine e, soprattutto, con quali conseguenze. Il sindacato dovrà dare un contributo per indicare la strada di uno sviluppo su basi diverse da quello precedente, con più stato sociale, più rispetto dell’ambiente, più occupazione, più ricerca e innovazione.

Per questo continueremo a batterci, anche da soli, per contrastare le decisioni del Governo che continuano ad essere largamente insufficienti. Se il governo non cambierà strategie e politiche la FP CGIL continuerà a scendere in piazza per ribadire la necessità di ridurre il prelievo fiscale sul lavoro dipendente, di aumentare le pensioni e per estendere gli ammortizzatori sociali anche ai lavoratori precari.

È su questi obiettivi che il 14 novembre la CGIL ha portato 100.000 persone in Piazza del Popolo a Roma, denunciando le intenzioni del Governo e chiedendo esplicitamente a CISL e UIL di uscire allo scoperto, dando un giudizio chiaro sui provvedimenti anti crisi.

E vogliamo portarla ancora in piazza questa crisi, qui a Cosenza, dove giorno 28 chiameremo a raccolta (è importante la vostra partecipazione), tutti quelli che non vogliono che siano i lavoratori, i precari, i pensionati del Mezzogiorno a pagare la crisi, mentre coloro che l’hanno provocata, come le banche o le borse, cominciano a salutarne allegramente la fine, anche grazie agli interventi pubblici.

 

Decreto Brunetta

 

Noi saremmo dei fannulloni, assenteisti e malati, da tenere a bada con tornelli e giudizi di produttività. Noi saremmo il male dello Stato, mangiatori di pane a tradimento da punire e bacchettare. Questo è il ritratto che ha fatto dei dipendenti pubblici il ministro Brunetta.

L’esigenza di maggiore trasparenza, efficacia, efficienza e svecchiamento della pubblica amministrazione è stato trasformato dal ministro in un golpe contro il sistema dei servizi pubblici, un attacco alla democrazia sindacale e ai lavoratori.

L’approvazione in Consiglio dei Ministri del decreto attuativo della Legge 15/2009, come la CGIL ha detto sin dall’inizio, rappresenta una manovra sbagliata, centralistica, che segna il sostanziale abbandono del modello contrattuale del rapporto di lavoro e il ritorno alla gestione da parte della politica dei diritti del lavoro nelle amministrazioni pubbliche. Introduce discrezionalità ed inefficienze, dando alla dirigenza un ruolo prettamente sanzionatorio, anziché propositivo e responsabilizzante. Suddivide a priori i dipendenti in tre fasce: mediocri, sufficienti, eccellenti, senza tenere conto del lavoro di squadra.

Si mette in discussione il sistema della rappresentatività rinviando per legge il voto per la elezione delle RSU. Questo rappresenta una iniziativa solo politica, di dubbia legittimità costituzionale, in mancanza di una specifica norma di delega. Si vorrebbe in tal modo impedire a tutti i lavoratori e le lavoratrici delle pubbliche amministrazioni di partecipare, attraverso la scelta democratica dei propri rappresentanti, alla contrattazione nei luoghi di lavoro. In questo contesto di limitazione dell’attività sindacale s’innesta la riduzione, prevista sempre nel decreto Brunetta, dei permessi e distacchi sindacali.

Il messaggio che si vuole fare passare è che la colpa delle inefficienze del sistema pubblico è da attribuirsi al sindacato e ai vari livelli di contrattazione. E questo è solo il primo passo di un disegno politico più ampio e perverso, studiato scientificamente a tavolino, che sarà  l’attacco frontale alla tutela di tutto il mondo del lavoro. A questa prospettiva è necessario contrapporre una mobilitazione forte e ampia, fino allo sciopero generale della Funzione Pubblica. Ora più che mai il nostro obiettivo dovrà essere quello difendere il ruolo unificante del contratto nazionale, di rilanciare la contrattazione decentrata ed il memorandum sul lavoro pubblico, per incidere sull’organizzazione del lavoro, .

 

Accordo separato

 

La riforma Brunetta costituisce un unicum con l’accordo separato sul modello contrattuale, volto a privatizzare il pubblico e ridurre al minimo il potere contrattuale dei lavoratori. Con l’accordo separato del 22 gennaio scorso il governo non ha fatto altro che aggravare la divisione nel mondo del lavoro e colpire pesantemente i lavoratori pubblici.

Non abbiamo sottoscritto quell’accordo perché, come ben sapete:

1.    Indebolisce il contratto nazionale, programma salari inferiori all’inflazione e non prevede il recupero del potere d’acquisto;

2.    Non estende la contrattazione di II livello alle aziende che oggi non la fanno e attribuisce ad esse la possibilità accordi bilaterali

3.    Limita il diritto allo sciopero;

4.    Affida la definizione di incentivi retributivi ai ministri competenti, senza il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali

Con l’accordo del 22 gennaio, non ci stancheremo mai di dirlo, Governo, CISL e UIL e Confindustria hanno scelto una scorciatoia illusoria. Si è utilizzata la crisi per ridurre le tutele sociali, i diritti, il lavoro, la contrattazione. E per imporre questa strada si è passati attraverso la divisione sindacale. Anche i lavoratori lo hanno capito, bocciando i punti dell’accordo nei referendum organizzati dalla Cgil nei luoghi di lavoro.

 

Contrattazione nella P.A.

 

Tuttavia, nell’ultimo anno siamo riusciti a portare a casa due risultati: il rinnovo dei contratti nazionali di lavoro degli enti locali e della sanità pubblica. In entrambi i casi le organizzazioni sindacali hanno ottenuto incrementi più sostanziosi di quanto era avvenuto con i contratti di altri comparti, precedentemente non sottoscritti dalla Funzione Pubblica CGIL.

Dopo il rinnovo però il governo deve chiarire come intende coprire la spesa relativa, cioè con quali tempi e quali stanziamenti. La positiva conclusione di questa trattativa ci ha dato conferma che i percorsi sindacali unitari producono buoni risultati. Risultati positivi che speriamo di ottenere pure dal rinnovo del contratto nazionale delle cooperative sociali, in scadenza il 31 dicembre, per il quale abbiamo già presentato una piattaforma insieme a CISL e UIL.

Per il rinnovo degli altri contratti, le nostre piattaforme devono tenere conto del nuovo quadro normativo in tema di federalismo fiscale, che potrebbe affidare alle Regioni la gestione della contrattazione collettiva. Questa possibilità fa riemergere il fantasma delle gabbie salariali, che proprio nella pubblica amministrazione potrebbero concretizzarsi, anche se in via sperimentale.

Possiamo prevedere che altre ricadute contrattuali verranno dal Patto per la salute, appena siglato da Governo e Regioni. Di questo accordo sono stati giustamente valorizzati alcuni aspetti, come il rifinanziamento della spesa sanitaria, l’ammorbidimento delle procedure di rientro dal debito, una minore rigidità nella riduzione delle dotazioni organiche (naturalmente questo non riguarda la Calabria), ma in ogni caso si tratta di una riduzione dei fondi per la contrattazione integrativa.

Un rinnovo che non arriva è invece quello della sanità privata, scaduto da quattro anni, salvo le novità che potrebbero derivare dal prossimo incontro con l’AIOP, sul quale facciamo fatica a sperare, ben conoscendo il presidente nazionale Paolini. La sanità privata accreditata copre un settore economico che non ha mai conosciuto, né conosce crisi di produttività, ed è diffusa in tutte le Regioni. La questione del rinnovo del contratto di lavoro degli operatori della sanità privata non è più rinviabile, pena il venir meno dei principi minimi di responsabilità delle istituzioni e di etica sociale da parte degli imprenditori.

 

Contrattazione locale

 

Sui negoziati tra aziende sanitarie e strutture private accreditate, sulle modalità di verifica delle prestazioni erogate, la FP Calabria ha chiesto maggiore trasparenza nel sistema che finora ha regolato gli accreditamenti da parte della Regione. Dobbiamo in tutti i modi correggere le disfunzioni di un sistema che – soprattutto a Cosenza – porta gli imprenditori a fare impresa con i soldi pubblici e i lavoratori a vivere una condizione di precarietà, tra minacce di licenziamento, cronici ritardi nell’erogazione degli stipendi e negazione dei diritti. Più volte abbiamo denunciato atteggiamenti sciatti e parassitari di questi imprenditori, che non rischiano in proprio e che si rifiutano spesso di accettare una dinamica di integrazione con le prestazioni già offerte dal sistema pubblico.

 

Recentemente la Giunta regionale ha deciso i requisiti minimi di accreditamento delle strutture sanitarie pubbliche e private, senza la preventiva consultazione delle OO.SS. Viene imposto un eccessivo abbattimento delle dotazioni organiche nelle divisioni ospedaliere e nelle case di cura, che risultano inferiori a quelle necessarie per assicurare la qualità delle cure e la sicurezza di pazienti e operatori; saranno perfino a rischio i turni ordinari, se si tiene conto delle assenze medie annue del personale. Può darsi che si sia pensato di “tirare la cinghia” in considerazione del buco nei conti della sanità (che si aggirerebbe sui due miliardi di euro, comprensivi del debito pregresso), ma potrebbe essere un regalo alle strutture di ricovero a proprietà privata, i cui organici abbiamo sempre giudicato inadeguati.

 

Il governo centrale ha imposto modi e tempi di attuazione del piano di rientro, tali da mettere a rischio i livelli minimi essenziali di assistenza sanitaria nella nostra regione. È di questi giorni la notizia che, oltre alla chiusura o riconversione di 12 ospedali (che la Giunta ha rinviato anche troppo a lungo), i tecnici del ministro Sacconi chiedono l’annullamento di tutte le assunzioni, dei concorsi e delle stabilizzazioni di personale precario degli ultimi sei mesi. Questo metterebbe in soffitta parte delle lotte condotte dal sindacato in tema di stabilizzazioni, lotte che hanno raggiunto in gran parte l’obiettivo.

 

I rapporti tra l’ASP e il sindacato, in particolar modo la FP CGIL di Cosenza, non sono mai stati buoni, al punto da giungere ad un tentativo di conciliazione prefettizia. Non è mai decollata una vera e propria azienda di dimensioni provinciali, sia nell’organizzazione uniforme dei servizi e sia nella omogeneità dei trattamenti del personale. Siamo stati costretti a dare battaglia solo per ottenere tavoli di confronto, dati conoscitivi e le stesse deliberazioni; continueremo a farlo, coinvolgendo i lavoratori nelle decisioni, sia in tema di riassetto organizzativo che nelle materie di contrattazione aziendale, a partire dalla regolamentazione della mobilità. Solo da pochi giorni si è ricostituito l’esecutivo della RSU, anche per le nostre pressanti sollecitazioni nei confronti di CISL e UIL, e sono stati designati i rappresentanti per la sicurezza. Sul riassetto organizzativo dei servizi territoriali, che recentemente è stato annunciato, sarà necessario un contributo della confederazione per ottenere l’integrazione tra servizi sanitari e sociali, che dovranno essere riorganizzati attraverso i piani di zona e costruire la rete integrata dei servizi pubblici.

 

Un contributo che abbiamo sollecitato alla confederazione e alla categoria regionali riguarda pure il rilancio dell’assistenza psichiatrica e l’applicazione della legge passata alla storia col nome di Basaglia. Recentemente la Giunta ha adottato una delibera che non favorisce le imprese sociali nella gestione di servizi di comunità, utili al reinserimento sociale di coloro che soffrono il disagio mentale, ma si limita a ridistribuire i posti letto alle imprese private, con il rischio, anzi la certezza di ricreare logiche tipiche del manicomio. Crediamo sia necessario aprire un confronto con la Regione, insieme al Forum per la salute mentale, che abbiamo contribuito a sostenere anche in Calabria, per ottenere una modifica di quel provvedimento. Crediamo che le soluzioni alternative al ricovero sarebbero più vantaggiose anche economicamente e offrirebbero maggiori possibilità di riassorbire eventuali esuberi, come quelli che si creeranno a dicembre, con l’abbattimento della metà dei 200 posti letto delle ex case di cura neuro-psichiatriche cosentine.

 

Problemi simili a quelli dell’ASP abbiamo incontrato nei rapporti con l’Azienda ospedaliera, dove pure sono in sospeso molte applicazioni contrattuali, e dove si registrano comportamenti ambigui dell’amministrazione, che sembrano tutelare interessi particolari, penalizzando la valorizzazione del lavoro più qualificato. Sono state abolite in modo generalizzato le ore di lavoro straordinario (che pure abbiamo sempre criticato), senza però valutare le esigenze dei singoli servizi e le note carenze di personale; intanto si propongono promozioni di personale infermieristico e medico di dubbia utilità. Abbiamo manifestato la nostra contrarietà a questo progetto e promuoveremo iniziative insieme ai lavoratori per avanzare proposte alternative, più rispondenti ai bisogni degli utenti e del personale .

 

Un problema che abbiamo posto all’attenzione delle due amministrazioni sanitarie, e sul quale chiameremo alla mobilitazione le donne CGIL, è la condizione di abbandono morale e spesso anche fisico che vivono le donne costrette a ricorrere all’interruzione della gravidanza. È necessario fare e fare rispettare un protocollo di comportamenti, che coinvolga le direzioni sanitarie, le divisioni di ginecologia e i servizi di anestesia dei presidi ospedalieri, ma anche tutti i servizi territoriali, dai consultori ai servizi sociali, ai centri di salute mentale.

 

Tra i nostri interlocutori principali resta anche l’ente Provincia, che in questi ultimi anni ha acquisito nuovi compiti, come i settori del mercato del lavoro e della formazione professionale. Al personale iniziale (circa 800 unità) si sono aggiunti più di 400 dipendenti, in virtù del trasferimento di funzioni. Se andasse in porto la legge di dismissione dell'AFOR e dell'ARSSA, se ne aggiungerebbero altrettanti. Tutto questo ci impone un'attenzione particolare, sia nei confronti del personale, sia per i servizi offerti alla cittadinanza. Puntiamo a stimolare una migliore organizzazione dell’ente, che vada verso un decentramento territoriale, una vera e propria distrettualizzazione; a salvaguardare la crescita professionale del personale a tempo indeterminato e la stabilizzazione del personale precario, in modo da garantire dei servizi efficienti e più vicino possibile ai cittadini.

 

A differenza delle Province, le Comunità montane stanno subendo un processo di svuotamento economico, ad opera delle leggi finanziarie, mentre i provvedimenti di riordino che si susseguono, non chiariscono il loro destino e le loro precise funzioni. In questo contesto si rischia il dissesto per gran parte degli enti, con centinaia di dipendenti da ricollocare, i quali vivono nella massima incertezza. Più volte le organizzazioni sindacali, hanno richiamato alle proprie responsabilità la Giunta regionale, che ancora non ha rotto il silenzio sull’argomento.

 

Dal comune di Cosenza ci saremmo aspettati di più: maggiori politiche per il sociale, una maggiore predisposizione al dialogo e alla contrattazione, maggiore trasparenza, ma nulla di tutto ciò è stato. Per la Funzione Pubblica di Cosenza Palazzo dei Bruzi è una vertenza aperta: concorsone, corso per dirigenti, cooperative di tipo A e B, organizzazione interna, relazioni sindacali: un vero e proprio lazzaretto. Sappiamo tutti come è andata con il concorsone; stava per succedere la stessa cosa con il concorso per i dirigenti ma per fortuna, e soprattutto grazie alle nostre pressioni, l’amministrazione comunale lo ha ritirato: troppo evidenti erano le illegittimità e i vizi presenti nel bando.

Il comune di Cosenza non solo incorre in evidenti vizi di forma e di sostanza negli atti che lo riguardano direttamente, quanto non riesce a gestire neanche i capitolati d’appalto delle esternalizzazioni. Il riferimento, lo avrete capito è a tutto il sistema degli appalti alle cooperative sociali.

È stata portata avanti caparbiamente una riorganizzazione, contro le nostre legittime osservazioni, che non assegna funzioni chiare ed univoche al personale, non tiene conto dei contratti nazionali, accentua il ruolo della politica nella gestione (anticipando per molti versi il decreto Brunetta). Ma ogni giorno di più aumenta il disorientamento dei dipendenti davanti a certi ordini di servizio e appare evidente come il sistema faccia acqua da tutte le parti.

Non ci faremo certo intimidire dal clima di sufficienza e di “cordiale ostilità” tenuto nelle relazioni sindacali. Non staremo a guardare e non cercheremo accordi sottobanco. Continueremo a incalzare il Comune in ogni sua azione, a sottolinearne le debolezze e a rivendicare e salvaguardare i diritti dei lavoratori.

 

La CGIL è presente in maniera prevalente nella Camera di Commercio di Cosenza dal 1976, ed ha fatto importanti battaglie, spesso in contrasto con le altre organizzazioni sindacali, ottenendo anche ottimi risultati. Nel 1998 è riuscita ad avere la monetizzazione dei buoni pasto per il periodo pregresso di oltre 2 anni, durante il quale non era stata istituita la mensa, nonostante gli accordi presi con l’amministrazione. Siamo stati e siamo il sindacato con il numero prevalente di componenti in seno alle RSU, e siamo orgogliosi che in occasione delle elezioni dei rappresentanti, i lavoratori diano la loro fiducia alla CGIL, anziché alle sigle di appartenenza. La nostra forza è stata ed è quella di essere quotidianamente in contatto con tutti i lavoratori, ai quali diamo costanti informazioni sui problemi e sulle soluzioni.

 

Non posso soffermarmi compiutamente su tutti i posti di lavoro in cui siamo presenti in modo costante e qualificato e me ne scuso con i compagni che si sentiranno trascurati da questa mia panoramica.

Le funzioni centrali, nel loro complesso, stanno vivendo in modo drammatico il taglio delle risorse, sia per i lavoratori che soprattutto per i cittadini. Basti pensare alla giustizia e al comparto sicurezza, ormai completamente allo sbando, che mostrano anche un indebolimento del ruolo dello stato sul territorio, a vantaggio dell’illegalità diffusa, delle mafie e dell’evasione fiscale. Resteremo tra i paesi civili, capaci di garantire sicurezza ai cittadini?

 

Abbiamo già detto delle conseguenze nefaste che il decreto Brunetta porterà nella pubblica amministrazione, soprattutto per l’impianto meritocratico e per il ruolo affidato ai dirigenti, che rischiano di trasformarsi in guardiani, invece di essere guide autorevoli. Nei ministeri e loro uffici periferici gli effetti saranno particolarmente evidenti. Il rischio è di trovarci di fronte a tanti esempi, come quello di una dirigente della Direzione territoriale di Cosenza del Ministero Economia e Finanze, che voglio qui riprendere, perché rimbalzato sulla cronaca locale, a seguito della citazione in una pubblicazione del Ministro come esempio da imitare. In realtà la dirigente in questione non solo ignora le relazioni sindacali, tanto da averci indotto a proclamare lo stato di agitazione, ma è nota per i suoi atteggiamenti arroganti e persecutori, che hanno già prodotto non pochi effetti negativi sull’equilibrio dei dipendenti di quell’ufficio.

 

Alla luce di tutto quello che è accaduto negli ultimi mesi non si può non fare cenno, seppure brevemente, a due grandi problematiche: l’emergenza rifiuti a Cosenza, la vicenda nave dei veleni e tirreno radioattivo.

La vertenza Vallecrati non si riduce solo alla discussione sui 400 posti di lavoro ma significa riflettere e programmare l’intero sistema del ciclo integrato dei rifiuti.

Tre sono i pilastri sul quale si dovrà organizzare l’intero sistema:

1.    Riduzione dei rifiuti;

2.    Raccolta differenziata;

3.    Riciclaggio.

Non è poi così difficile innescare un circolo virtuoso sul sistema della raccolta e dello smaltimento rifiuti, che passi attraverso nuove forme di tariffazione, rivolte alla quantità di rifiuti prodotti invece che ai mq dell’abitazione. In questo modo nascerebbe una coscienza del rifiuto, che porterebbe a limitarne la produzione, con benefici sia in termine di tutela dell’ambiente che di risparmio per le famiglie. Con questo sistema si potrebbero ricollocare gli esuberi di Valle Crati e creare anche nuovi posti di lavoro; le casse comunali si troverebbero alleggerite dai costi di conferimento in discarica e smaltimento, senza contare i numerosi incentivi economici europei e regionali che tale sistema potrebbe catalizzare. La costituzione degli Ambiti Territoriali Ottimali, che proprio in questi giorni ha avuto un’accelerazione da parte della Giunta regionale, con il passaggio delle deleghe alle Province, potrebbe assorbire tutti i lavoratori e recuperare produttività ed economicità nella gestione del ciclo.

 

“Basta essere furbi, aspettare delle giornate di mare giusto, e chi vuoi che se ne accorga? – E il mare? – Ma sai quanto ce ne fottiamo del mare? Pensa ai soldi, che con quelli il mare ce lo andiamo trovare da un’altra parte”. Questo di&